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- Automotive: 300 milioni per la filiera con i nuovi Mini Contratti di Sviluppo
Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha disposto 300 milioni di euro a sostegno delle imprese della filiera automotive, attraverso lo strumento dei Mini Contratti di Sviluppo. La misura, finanziata nell'ambito del Fondo Automotive, punta ad accompagnare il settore nella transizione verso modelli di mobilità più sostenibili, tecnologicamente avanzati e coerenti con gli obiettivi europei di decarbonizzazione. Si tratta di un intervento particolarmente rilevante per una filiera che sta attraversando una profonda trasformazione industriale. Le risorse potranno infatti sostenere programmi rivolti allo sviluppo, all'ingegnerizzazione, al testing e alla produzione di nuovi veicoli e soluzioni di mobilità, nonché alla realizzazione di sistemi di alimentazione e propulsione a basse emissioni. Rientrano inoltre tra gli ambiti finanziabili lo sviluppo di componenti, sistemi e tecnologie per la mobilità sostenibile, autonoma, connessa, intelligente e sicura, oltre ai programmi di diversificazione e riconversione industriale verso tecnologie strategiche caratterizzate da un'elevata intensità di ricerca e sviluppo. Gli investimenti produttivi potranno essere affiancati da attività di ricerca industriale e sviluppo sperimentale e da programmi di formazione del personale, questi ultimi entro il limite del 10% dell'investimento complessivo. Un'attenzione particolare a PMI e Mezzogiorno La ripartizione delle risorse introduce alcuni elementi particolarmente interessanti per il tessuto produttivo italiano. Il 60% delle risorse è riservato alle iniziative presentate dalle PMI e, all'interno di questa quota, un quarto è destinato esclusivamente alle micro e piccole imprese. Parallelamente, il 40% delle risorse è destinato a programmi da realizzare negli stabilimenti localizzati nel Mezzogiorno, nelle regioni Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna. Sono inoltre previste specifiche quote del 10% a favore delle imprese in possesso del rating di legalità e della certificazione della parità di genere. Agevolazioni fino al 75% delle spese ammissibili con i Mini Contratti di Sviluppo. Uno degli aspetti di maggiore interesse riguarda l'intensità del sostegno previsto. Le agevolazioni saranno riconosciute attraverso una combinazione di contributo a fondo perduto e finanziamento agevolato, con una copertura che potrà raggiungere fino al 75% delle spese ammissibili. È inoltre prevista la possibilità di presentare programmi in forma congiunta tra più imprese, fino a un massimo di cinque partecipanti. Questa impostazione può risultare particolarmente interessante per una filiera come quella automotive, caratterizzata dalla presenza di produttori, componentisti, fornitori tecnologici e operatori specializzati fortemente interconnessi. Un elemento da considerare con particolare attenzione è il meccanismo di accesso: le domande saranno infatti valutate secondo l'ordine cronologico di presentazione, attraverso un'istruttoria articolata in due fasi. La concessione delle agevolazioni dovrà essere deliberata entro 120 giorni dal ricevimento della domanda. Perché le imprese dovrebbero iniziare a prepararsi Le modalità operative per la presentazione delle richieste e la concessione degli incentivi saranno definite attraverso un successivo decreto direttoriale. Proprio la natura cronologica della procedura rende tuttavia opportuno non attendere necessariamente l'apertura dello sportello per iniziare a valutare i potenziali programmi di investimento. Per le imprese della filiera automotive diventa strategico verificare preventivamente l'ammissibilità del progetto, la struttura degli investimenti, il relativo fabbisogno finanziario e la possibilità di integrare investimenti produttivi, ricerca e sviluppo e formazione all'interno di un programma coerente. Particolare attenzione potrà essere riservata anche alla costruzione di progetti congiunti tra più operatori della filiera, soprattutto laddove la complementarità industriale e tecnologica consenta di sviluppare programmi di investimento più strutturati. Il supporto di Italiano & Partners Italiano & Partners affianca le imprese nella valutazione e strutturazione di programmi di investimento agevolati, integrando competenze strategiche, finanziarie e legali. Con riferimento ai Mini Contratti di Sviluppo per la filiera automotive, il supporto può riguardare l'analisi preliminare dell'ammissibilità dell'impresa e del progetto, la definizione e strutturazione del programma di investimento, l'individuazione delle spese agevolabili, la costruzione del piano economico-finanziario e l'assistenza nella predisposizione della domanda e nella successiva interlocuzione con gli enti coinvolti. L'obiettivo è inserire l'agevolazione all'interno di una strategia finanziaria e industriale complessiva, valutando anche la complementarità con altri strumenti di finanza agevolata e ordinaria disponibili per sostenere gli investimenti e la crescita dell'impresa. Con 300 milioni di euro disponibili e una copertura potenziale fino al 75% delle spese ammissibili, i nuovi Mini Contratti di Sviluppo rappresentano quindi un'opportunità significativa per le aziende che stanno programmando investimenti nella trasformazione della filiera automotive e nelle nuove tecnologie della mobilità.
- Sistemi di accumulo energetico: perché i BESS stanno diventando strategici per imprese e Pubblica Amministrazione
Dall’integrazione del fotovoltaico alla riduzione dei costi energetici: lo sviluppo dello storage apre nuove opportunità industriali e finanziarie La crescita delle fonti rinnovabili sta modificando profondamente il funzionamento del sistema energetico italiano. L’aumento della produzione da fotovoltaico ed eolico, per loro natura non programmabili, rende sempre più importante la capacità di immagazzinare l’energia prodotta nei momenti di maggiore disponibilità e utilizzarla quando il sistema, un’impresa o una struttura pubblica ne hanno effettivamente bisogno. In questo scenario, i sistemi BESS, Battery Energy Storage Systems, non rappresentano più soltanto una componente accessoria degli impianti fotovoltaici, ma una vera e propria infrastruttura strategica. Per le imprese possono significare maggiore autoconsumo, riduzione dei picchi di prelievo dalla rete, contenimento dei costi energetici e maggiore continuità operativa. Per la Pubblica Amministrazione possono invece diventare strumenti di efficientamento di scuole, ospedali, impianti idrici e altre infrastrutture pubbliche. Su scala nazionale, infine, gli accumuli contribuiscono alla stabilizzazione della rete e a una maggiore integrazione dell’energia prodotta da fonti rinnovabili. Perché lo storage diventa sempre più importante La progressiva elettrificazione dei consumi e l’aumento della produzione rinnovabile rendono necessario un sistema energetico sempre più flessibile. Il fotovoltaico, ad esempio, concentra una parte rilevante della propria produzione durante le ore centrali della giornata, che non necessariamente coincidono con quelle di maggiore domanda. Lo storage consente di trasferire nel tempo l’utilizzo di questa energia, riducendo gli sprechi e aumentando la capacità di autoconsumo. Il principio è relativamente semplice: accumulare energia quando è disponibile e utilizzarla quando il suo valore economico o industriale è maggiore. Da questa funzione nascono modelli di business molto differenti a seconda che il sistema di accumulo venga installato al servizio di un’impresa oppure venga realizzato come vera e propria centrale energetica connessa alla rete. Behind-the-Meter e Utility-Scale: due modelli differenti Una prima distinzione fondamentale riguarda i sistemi Behind-the-Meter, generalmente installati direttamente presso stabilimenti industriali, strutture commerciali o immobili pubblici. In questo caso il BESS viene utilizzato principalmente per incrementare l’autoconsumo dell’energia fotovoltaica prodotta, ridurre i picchi di prelievo dalla rete attraverso il cosiddetto peak shaving e migliorare la gestione complessiva dei consumi energetici. Per alcune realtà produttive può inoltre contribuire alla continuità e alla qualità dell’alimentazione elettrica. Diversa è la funzione dei sistemi Front-of-the-Meter o Utility-Scale, ossia centrali di accumulo connesse direttamente alla rete elettrica. Questi impianti possono operare sui mercati energetici, acquistando e accumulando energia nelle ore caratterizzate da maggiore disponibilità e rendendola disponibile successivamente, oltre a fornire servizi utili alla stabilità e al bilanciamento della rete. La distinzione è fondamentale perché cambiano profondamente il modello economico, la struttura finanziaria, il percorso autorizzativo e il profilo degli investitori coinvolti. Il BESS industriale come strumento di gestione dei costi Per un’impresa, la valutazione di un sistema di accumulo dovrebbe partire innanzitutto dall’analisi dei propri consumi. Occorre comprendere quando viene utilizzata l’energia, quali siano i principali picchi di assorbimento, quanto produca l’eventuale impianto fotovoltaico, quale quota dell’energia prodotta venga già autoconsumata e quanta venga invece immessa in rete. Solo successivamente è possibile determinare correttamente la dimensione e la configurazione del sistema di accumulo. La realizzazione del progetto richiede quindi un percorso che comprende diagnosi e dimensionamento, verifica dell’iter autorizzativo, analisi della connessione alla rete, scelta della tecnologia, procurement, finanziamento, installazione e successiva attività di Operation & Maintenance. Particolarmente interessante è il caso delle aziende energivore o caratterizzate da consumi fortemente variabili nel corso della giornata. In queste situazioni il rendimento economico dell’investimento può derivare dalla combinazione di diversi benefici: maggiore autoconsumo, peak shaving, ottimizzazione degli acquisti di energia e valorizzazione dell’asset nel lungo periodo. È il principio del cosiddetto revenue stacking, ossia la possibilità di costruire la sostenibilità economica del progetto attraverso più fonti di beneficio o di ricavo. Il ruolo degli incentivi e della finanza agevolata La sostenibilità degli investimenti in fotovoltaico e storage può essere significativamente influenzata dalla presenza di strumenti di incentivazione e sostegno pubblico. Per le imprese, l’integrazione dei sistemi di accumulo all’interno di più ampi progetti di autoproduzione ed efficientamento energetico può consentire, ove ricorrano i requisiti previsti dalle singole misure, di migliorare sensibilmente il rendimento finanziario dell’investimento. Per questo motivo l’analisi delle agevolazioni non dovrebbe avvenire successivamente alla definizione tecnica del progetto, ma essere integrata già nella fase iniziale di pianificazione. La struttura dell’investimento deve essere costruita valutando contemporaneamente caratteristiche tecniche, risparmi energetici attesi, strumenti agevolativi disponibili, modalità di finanziamento e tempi di ritorno del capitale. MACSE e grandi centrali di accumulo Per gli impianti utility-scale assume particolare importanza il MACSE, il Meccanismo di Approvvigionamento di Capacità di Stoccaggio Elettrico. Il sistema è finalizzato a sostenere lo sviluppo di nuova capacità di accumulo necessaria al funzionamento del sistema elettrico, attraverso meccanismi competitivi e contratti di lungo periodo. La possibilità di rendere maggiormente prevedibili i flussi economici di un impianto rappresenta un elemento particolarmente rilevante dal punto di vista finanziario, perché può contribuire a ridurre il rischio dell'investimento e facilitarne la bancabilità. È anche per questo motivo che lo storage sta diventando progressivamente interessante non soltanto per gli operatori industriali tradizionali, ma anche per fondi infrastrutturali, investitori istituzionali, sviluppatori energetici e operatori finanziari. Come finanziare un progetto BESS La struttura finanziaria dipende innanzitutto dalla dimensione e dalla natura del progetto. Per un sistema installato presso uno stabilimento industriale possono essere utilizzati finanziamenti corporate, leasing o altre forme di indebitamento, nelle quali il rimborso viene sostenuto anche grazie ai risparmi energetici prodotti dall'investimento. Un'altra soluzione è rappresentata dai modelli ESCo o As-a-Service, nei quali un soggetto terzo finanzia, realizza e gestisce l'impianto, mentre l'impresa beneficia almeno in parte dei risparmi generati senza sostenere direttamente l'intero investimento iniziale. Per le grandi centrali di accumulo può invece diventare maggiormente appropriato il ricorso al Project Finance, soprattutto quando il progetto dispone di flussi di ricavo sufficientemente prevedibili. Accanto al finanziamento bancario possono inoltre essere utilizzati equity, private debt, minibond e altri strumenti di finanza complementare, anche nelle fasi di sviluppo che precedono la piena cantierabilità dell'asset. La bancabilità di un BESS dipende pertanto non soltanto dal valore della tecnologia, ma dalla capacità dell'intero progetto di generare nel tempo flussi economici sostenibili. Dalla tecnologia al progetto bancabile Acquistare una batteria non significa automaticamente avere costruito un investimento sostenibile. Un progetto BESS richiede infatti un'attenta valutazione dell'iter autorizzativo, delle condizioni di connessione alla rete, della sicurezza dell'impianto, della tecnologia utilizzata, delle garanzie sulle performance delle batterie e del loro progressivo degradamento. Particolare attenzione deve essere riservata alla durata delle batterie e alle garanzie offerte dai produttori, oltre che alla corretta gestione dei sistemi di sicurezza e prevenzione. Anche i tempi di connessione alla rete possono rappresentare uno degli elementi maggiormente critici nello sviluppo del progetto. Una banca o un investitore, quindi, non valuta esclusivamente il costo del sistema di accumulo. Analizza l'intero asset: autorizzazioni, connessione, tecnologia, contratti EPC e O&M, struttura dei ricavi, solidità delle controparti, incentivi disponibili e capacità del progetto di produrre flussi di cassa adeguati. Il ruolo di Italiano & Partners Italiano & Partners sta accompagnando imprese, sviluppatori e altri stakeholder del settore energetico nella strutturazione di progetti BESS attraverso un approccio integrato legale, strategico e finanziario. L'attività comprende il supporto nell'analisi del quadro autorizzativo e contrattuale, nella definizione del modello industriale e della struttura dell'operazione, nell'individuazione di incentivi e strumenti di finanza agevolata e nella costruzione di soluzioni di finanziamento attraverso banche, investitori e operatori finanziari. L'obiettivo è accompagnare il progetto dalla fase di valutazione iniziale fino alla sua strutturazione come investimento concretamente realizzabile, sostenibile e bancabile. Lo storage come nuova infrastruttura industriale La vera trasformazione in corso riguarda il ruolo stesso dell'energia all'interno delle strategie aziendali. Fotovoltaico, sistemi di accumulo, efficienza energetica, incentivi e strumenti finanziari non possono più essere valutati separatamente. Per un'impresa, decidere di investire in un BESS significa valutare contemporaneamente il proprio profilo di consumo, il costo dell'energia, gli investimenti industriali programmati, il costo del capitale e il rendimento atteso dell'operazione. Per uno sviluppatore significa invece costruire un asset autorizzato, tecnicamente affidabile, connesso alla rete e dotato di una struttura economica sufficientemente solida da attrarre capitale. È proprio dall'integrazione tra energia, strategia, diritto e finanza che può nascere una nuova generazione di infrastrutture capaci di sostenere la competitività delle imprese e, allo stesso tempo, contribuire alla trasformazione del sistema energetico italiano.
- Proprietà industriale: 32 milioni di euro per Brevetti+, Disegni+ e Marchi+
Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha disposto la riapertura, per l’annualità 2026, delle misure Brevetti+, Disegni+ e Marchi+, destinando complessivamente 32 milioni di euro alla tutela e alla valorizzazione della proprietà industriale delle piccole e medie imprese italiane. Il provvedimento, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 200 del 29 agosto 2026, dà continuità agli strumenti previsti nell’ambito degli indirizzi strategici definiti dal MIMIT per il triennio 2024-2026. L’obiettivo è sostenere le imprese nella trasformazione dei propri asset immateriali, come brevetti, disegni, modelli e marchi, in strumenti concreti di innovazione, crescita e rafforzamento competitivo. Come saranno ripartite le risorse La dotazione complessiva di 32 milioni di euro sarà suddivisa tra le tre misure secondo la seguente ripartizione: 20 milioni di euro per Brevetti+; 10 milioni di euro per Disegni+; 2 milioni di euro per Marchi+. I nuovi bandi, che definiranno requisiti, spese ammissibili, modalità operative e termini per la presentazione delle domande, dovrebbero essere pubblicati dalla Direzione generale per gli incentivi alle imprese del MIMIT entro 30 giorni. Brevetti+: dalla tutela dell’invenzione alla sua valorizzazione economica Brevetti+ è la misura con la dotazione finanziaria più consistente, pari a 20 milioni di euro. L’intervento è finalizzato a sostenere la valorizzazione economica dei brevetti e a favorirne l’effettivo utilizzo nei processi produttivi e sul mercato. Possedere un brevetto, infatti, non significa automaticamente riuscire a trasformarlo in un vantaggio competitivo. Per generare valore, l’invenzione deve essere inserita in un percorso industriale e commerciale strutturato, che può comprendere attività di progettazione, ingegnerizzazione, sviluppo, organizzazione dei processi produttivi e definizione della strategia di ingresso sul mercato. La misura si rivolge quindi alle PMI che intendono superare la fase della semplice protezione giuridica dell’invenzione e avviare un concreto percorso di sfruttamento economico del brevetto. Disegni+: sostegno al design e alla commercializzazione Alla misura Disegni+ sono destinati 10 milioni di euro. L’agevolazione punta ad accompagnare le imprese nella valorizzazione di disegni e modelli, sostenendo il percorso che conduce dalla progettazione alla messa in produzione e alla successiva commercializzazione. Il design costituisce un elemento strategico per numerosi settori del Made in Italy. Non riguarda esclusivamente l’aspetto estetico di un prodotto, ma può incidere sulla sua funzionalità, riconoscibilità, utilizzabilità e capacità di differenziarsi rispetto all’offerta dei concorrenti. La misura potrà quindi rappresentare un’opportunità particolarmente interessante per le PMI operanti, tra gli altri, nei settori dell’arredamento, della moda, dell’artigianato, dell’industria manifatturiera, del packaging e dei prodotti di consumo. Marchi+: proteggere il brand sui mercati europei e internazionali Marchi+ dispone di una dotazione pari a 2 milioni di euro ed è destinata a sostenere la tutela dei marchi italiani nell’Unione europea e sui mercati internazionali. Per le imprese che intendono sviluppare la propria presenza all’estero, la registrazione del marchio rappresenta un passaggio essenziale. La protezione ottenuta esclusivamente in Italia, infatti, potrebbe non essere sufficiente a impedire che soggetti terzi utilizzino o registrino segni identici o simili in altri Paesi. La misura potrà sostenere le PMI nei percorsi di registrazione europea e internazionale, contribuendo alla protezione dell’identità aziendale, della reputazione e del valore commerciale del brand. Perché è importante prepararsi prima della pubblicazione dei bandi La pubblicazione del decreto direttoriale conferma le risorse disponibili, ma non determina ancora l’apertura delle procedure di presentazione delle domande. I nuovi bandi dovranno stabilire nel dettaglio: i requisiti di accesso; le spese e i servizi ammissibili; l’intensità delle agevolazioni; gli importi massimi concedibili; la documentazione necessaria; le modalità e le date di presentazione delle domande. Considerata la natura delle precedenti edizioni e la possibile concentrazione delle richieste nelle prime fasi di apertura, è opportuno che le imprese interessate inizino fin da subito a verificare la propria posizione e a definire il progetto di valorizzazione. Una preparazione preventiva consente di individuare eventuali criticità, raccogliere la documentazione necessaria e strutturare un programma di spesa coerente con gli obiettivi della misura, senza dover intervenire in modo affrettato dopo la pubblicazione del bando. La proprietà industriale come leva di crescita Brevetti, marchi, disegni e modelli non rappresentano soltanto strumenti di tutela. Se correttamente gestiti, possono diventare veri e propri asset aziendali, capaci di aumentare il valore dell’impresa, favorire l’ingresso in nuovi mercati, sostenere accordi di licenza e rafforzare la posizione competitiva nei confronti di clienti, investitori e partner industriali. La riapertura di Brevetti+, Disegni+ e Marchi+ offre pertanto alle PMI italiane l’opportunità di inserire la proprietà industriale all’interno di una strategia più ampia di innovazione e sviluppo. Italiano & Partners affianca le imprese nell’analisi preliminare dei requisiti, nella definizione del progetto di valorizzazione, nella predisposizione della domanda e nella gestione delle successive fasi dell’agevolazione. In attesa della pubblicazione dei nuovi bandi, le imprese interessate possono avviare una valutazione preventiva del proprio portafoglio di brevetti, disegni, modelli e marchi, così da verificare tempestivamente la possibilità di accedere alle risorse disponibili.
- 5,7 miliardi di nuova finanza per le PMI italiane: come funziona l’accordo tra CDP, MCC e FEI
Garanzie pubbliche e controgaranzie europee per facilitare l’accesso al credito di oltre 26.000 imprese Una nuova operazione finanziaria punta a mobilitare 5,7 miliardi di euro di finanziamenti a favore di oltre 26.000 piccole e medie imprese italiane. L’intervento nasce dall’accordo sottoscritto tra Cassa Depositi e Prestiti – CDP, Mediocredito Centrale – MCC e il Fondo europeo per gli investimenti – FEI, con il sostegno del programma europeo InvestEU. È importante chiarirlo fin da subito: non si tratta di un nuovo bando né di un contributo a fondo perduto. L’obiettivo dell’operazione è aumentare la capacità del sistema bancario di concedere finanziamenti alle PMI, attraverso un articolato sistema di garanzie e controgaranzie pubbliche. Come funziona il nuovo meccanismo La struttura dell’accordo prevede diversi livelli di intervento. Il FEI mette a disposizione di CDP 75 milioni di euro. CDP utilizzerà queste risorse per fornire controgaranzie fino a 3 miliardi di euro al Fondo di Garanzia per le PMI, gestito da Mediocredito Centrale per conto del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Grazie a questa copertura, il sistema bancario dovrebbe essere in grado di erogare complessivamente circa 5,7 miliardi di euro di nuovi finanziamenti. In termini semplificati, il meccanismo può essere rappresentato nel modo seguente: FEI → CDP → Fondo di Garanzia per le PMI → banche e intermediari finanziari → imprese La garanzia pubblica non sostituisce il finanziamento bancario e non comporta l’erogazione diretta di somme da parte dello Stato. La sua funzione è quella di ridurre il rischio sostenuto dalla banca, facilitando così l’accesso al credito da parte delle imprese. Un effetto leva stimato in 76 volte Uno degli aspetti più significativi dell’operazione è il cosiddetto effetto leva. A fronte dei 75 milioni di euro messi inizialmente a disposizione dal FEI, il sistema di garanzie e controgaranzie dovrebbe consentire l’attivazione di finanziamenti bancari per 5,7 miliardi di euro. L’effetto leva stimato è quindi pari a circa 76 volte le risorse iniziali. Si tratta di un modello tipico degli strumenti pubblici di garanzia: le risorse istituzionali non vengono utilizzate per finanziare direttamente ogni singola impresa, ma per coprire una parte del rischio di credito assunto dagli istituti finanziatori. In questo modo, una dotazione pubblica relativamente contenuta può sostenere un volume molto più elevato di prestiti. Oltre 11 miliardi di finanziamenti complessivi Il nuovo accordo si inserisce in una collaborazione già avviata nel 2023 tra CDP, Mediocredito Centrale e FEI. Il precedente intervento, diventato operativo nel 2024, sta contribuendo all’attivazione di oltre 5 miliardi di euro di finanziamenti a favore di circa 68.000 aziende. Con la nuova operazione, il volume complessivo delle risorse mobilitate dovrebbe superare gli 11 miliardi di euro, con un impatto potenziale su più di 90.000 PMI italiane. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la crescita, la competitività e la capacità di investimento del tessuto produttivo italiano, composto in larga parte proprio da imprese di piccole e medie dimensioni. Quali imprese potranno beneficiarne L’articolo che anticipa l’operazione non contiene ancora tutti i dettagli applicativi. Sarà necessario attendere le comunicazioni ufficiali e le disposizioni operative per conoscere con precisione: l’importo minimo e massimo dei finanziamenti; le percentuali di garanzia applicabili; la durata delle operazioni; le finalità finanziabili; le banche e gli intermediari aderenti; le eventuali condizioni economiche agevolate; i requisiti finanziari e dimensionali richiesti alle imprese. Il nuovo accordo dovrebbe comunque ampliare l’accesso al credito per le PMI che presentano programmi di investimento, esigenze di liquidità o progetti di crescita, ma che non dispongono di garanzie proprie sufficienti per ottenere un finanziamento alle normali condizioni di mercato. Come per tutti gli strumenti garantiti, la presenza della garanzia pubblica non elimina la valutazione bancaria. L’impresa dovrà continuare a dimostrare una capacità economica e finanziaria compatibile con il rimborso del prestito. La garanzia potrà però ridurre il rischio per la banca e rendere finanziabili operazioni che, in assenza di copertura, potrebbero risultare più difficili da approvare. Aumenta l’importo massimo dei finanziamenti ammissibili Tra le novità annunciate vi è anche l’incremento dell’importo massimo dei finanziamenti che potranno beneficiare della copertura del Fondo di Garanzia. Questa modifica potrebbe rendere lo strumento utilizzabile non soltanto per interventi di dimensione contenuta, ma anche per programmi di investimento più strutturati e finanziariamente rilevanti. L’aumento delle soglie potrebbe quindi ampliare sia il numero delle imprese beneficiarie sia la dimensione media delle operazioni finanziabili. Non un contributo, ma uno strumento di finanza ordinaria garantita La distinzione tra contributo pubblico e finanziamento garantito è fondamentale. Nel caso di un contributo a fondo perduto, una parte della spesa sostenuta dall’impresa viene rimborsata e non deve essere restituita. Nel caso del nuovo accordo CDP–MCC–FEI, invece, l’impresa riceverà un finanziamento bancario che dovrà essere regolarmente rimborsato, secondo il piano di ammortamento concordato con l’istituto finanziatore. L’agevolazione consiste principalmente nella presenza della garanzia pubblica, che può: ridurre la necessità di garanzie personali o reali; facilitare l’approvazione del finanziamento; aumentare l’importo potenzialmente concedibile; migliorare, in alcuni casi, le condizioni economiche dell’operazione; sostenere imprese con programmi di investimento considerati validi ma caratterizzati da un profilo di rischio più complesso. Prepararsi prima dell’apertura operativa In attesa delle disposizioni definitive, le PMI interessate possono già iniziare a predisporre la documentazione necessaria per affrontare correttamente il confronto con il sistema bancario. In particolare, sarà utile verificare: l’andamento economico e finanziario dell’impresa; la sostenibilità dell’indebitamento; la regolarità contributiva e fiscale; la qualità del business plan; la coerenza tra l’importo richiesto e il programma di investimento; la capacità prospettica di generare flussi di cassa; la presenza di eventuali segnalazioni o criticità nella Centrale dei Rischi. La garanzia pubblica può facilitare l’accesso al credito, ma non può compensare un dossier incompleto o una struttura finanziaria non sostenibile. Il supporto di Italiano & Partners Italiano & Partners assiste le imprese nella valutazione e nella strutturazione di operazioni di finanza ordinaria e agevolata, attraverso un approccio integrato che comprende analisi finanziaria, pianificazione strategica e predisposizione della documentazione necessaria per il dialogo con banche e intermediari. Con riferimento al nuovo accordo tra CDP, MCC e FEI, lo Studio monitorerà la pubblicazione delle disposizioni operative e delle condizioni applicabili, al fine di individuare le opportunità concretamente accessibili alle PMI. L’obiettivo non è limitarsi all’individuazione dello strumento, ma accompagnare l’impresa nella costruzione di un dossier finanziario coerente, sostenibile e presentabile al sistema bancario.
- Nuova misura MIMIT per le PMI del Mezzogiorno: oltre 447 milioni per investimenti innovativi, sostenibili e 4.0
Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha firmato un nuovo decreto volto a sostenere gli investimenti delle PMI localizzate nelle Regioni meno sviluppate, con una dotazione complessiva pari a 447,5 milioni di euro. La misura si inserisce nel quadro del Programma Nazionale “Ricerca, Innovazione e Competitività per la transizione verde e digitale 2021-2027” e punta a rafforzare la crescita delle piccole e medie imprese del Mezzogiorno, favorendo investimenti produttivi ad alto contenuto tecnologico, coerenti con il piano Transizione 4.0 e orientati a una maggiore efficienza dei processi aziendali. Una misura per imprese già strutturate Il primo elemento da chiarire è che non si tratta di una misura pensata per piccoli interventi o per aziende in fase embrionale. Possono accedere alle agevolazioni le PMI regolarmente costituite, iscritte e attive nel Registro delle imprese, in regime di contabilità ordinaria e con almeno due bilanci approvati e depositati. È inoltre richiesto il rispetto delle principali condizioni di regolarità amministrativa, contributiva, urbanistica, ambientale e antimafia. Questo aspetto è centrale: la misura guarda a imprese già operative, con una struttura economico-finanziaria in grado di sostenere un programma di investimento rilevante. Non basta, quindi, avere una buona idea di investimento. Serve dimostrare che l’impresa abbia una base industriale e patrimoniale coerente con il progetto che intende realizzare. Le Regioni interessate L’intervento riguarda le cosiddette Regioni meno sviluppate, ossia: Molise, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna. L’obiettivo della Nuova misura MIMIT è sostenere il rafforzamento competitivo del tessuto produttivo del Sud, incentivando investimenti in grado di incidere concretamente sulla capacità produttiva, sulla digitalizzazione, sull’efficienza energetica e sull’innovazione dei processi aziendali. Quali investimenti possono essere agevolati con la Nuova misura MIMIT I programmi ammissibili devono riguardare investimenti innovativi, sostenibili e con contenuto tecnologico elevato, coerenti con le tecnologie abilitanti del piano Transizione 4.0. Gli investimenti devono essere finalizzati, alternativamente, a: ampliare la capacità produttiva di un’unità esistente; diversificare la produzione; introdurre un cambiamento fondamentale del processo produttivo; realizzare una nuova unità produttiva. Il programma deve prevedere spese ammissibili non inferiori a 750.000 euro e non superiori a 5 milioni di euro. È previsto, inoltre, un limite collegato al fatturato dell’impresa: l’investimento agevolabile non può superare il 70% del fatturato dell’ultimo bilancio approvato e depositato, salvo che la parte eccedente venga coperta autonomamente dall’impresa. È un vincolo importante, perché lega la dimensione del progetto alla reale capacità economica dell’azienda. Le spese ammissibili Tra le principali spese agevolabili rientrano: macchinari, impianti e attrezzature; opere murarie, entro il limite del 40% dei costi ammissibili; programmi informatici e licenze, se collegati all’utilizzo dei beni materiali; certificazioni ambientali; consulenze specialistiche relative all’applicazione delle tecnologie abilitanti 4.0; diagnosi energetiche, nei casi previsti dalla misura. Il decreto esclude invece alcune voci che spesso vengono erroneamente considerate agevolabili: leasing, beni usati, acquisto o locazione di terreni e fabbricati, spese di funzionamento, scorte, formazione del personale, consulenze generiche e mezzi di trasporto di merci o persone. Sono inoltre escluse le fatture di importo inferiore a 500 euro al netto IVA, salvo specifiche eccezioni per gli acconti. Questo significa che il piano investimenti dovrà essere costruito con attenzione, distinguendo in modo preciso ciò che rientra nella misura da ciò che resta a carico dell’impresa. Quanto copre l’agevolazione La misura prevede una copertura fino al 75% delle spese ammissibili, articolata in due componenti: 35% in forma di contributo in conto impianti; 40% in forma di finanziamento agevolato. Il finanziamento agevolato è senza interessi e deve essere restituito dall’impresa beneficiaria in un periodo massimo di 7 anni, con rate semestrali. La restante quota del programma, pari almeno al 25% delle spese ammissibili, deve essere coperta dall’impresa con risorse proprie o tramite finanza esterna priva di sostegno pubblico. Anche questo è un passaggio decisivo: la misura non finanzia integralmente il progetto. L’impresa deve dimostrare di poter sostenere la propria quota di investimento e, più in generale, di avere una struttura finanziaria adeguata. Perché la sostenibilità conta Il decreto assegna particolare rilievo ai programmi che contribuiscono agli obiettivi climatici e ambientali, all’efficienza energetica e all’economia circolare. In particolare, vengono valorizzati gli investimenti che consentono un utilizzo più efficiente delle risorse, una riduzione dei consumi energetici o l’introduzione di soluzioni produttive più evolute sotto il profilo ambientale. Non si tratta, tuttavia, di una misura “ambientale” in senso stretto. Il cuore resta industriale: l’investimento deve rafforzare la competitività dell’impresa. La componente green o energetica assume valore quando è integrata in una strategia produttiva credibile. Il nodo della valutazione La procedura sarà gestita da Invitalia secondo un meccanismo valutativo. Questo vuol dire che la domanda non sarà una semplice raccolta documentale, ma dovrà dimostrare la coerenza tecnica, economica e finanziaria del progetto. Saranno valutati, tra gli altri aspetti: la solidità economico-finanziaria dell’impresa; la sostenibilità del piano di investimento; la coerenza con Transizione 4.0; la capacità del progetto di incidere sui processi produttivi; gli eventuali impatti in termini di efficienza energetica, economia circolare e miglioramento ambientale. È quindi probabile che la qualità della documentazione progettuale faccia la differenza. Un investimento formalmente ammissibile, ma non adeguatamente spiegato, rischia di non esprimere il proprio reale valore in fase istruttoria. Una misura utile, ma da non banalizzare Questa misura può rappresentare un’opportunità significativa per molte PMI del Mezzogiorno, soprattutto per aziende manifatturiere e imprese di servizi alle imprese con progetti di investimento già maturi. Può essere particolarmente interessante per chi intende acquistare nuovi macchinari, introdurre tecnologie 4.0, automatizzare processi, efficientare la produzione, integrare software e impianti o realizzare interventi industriali più ampi. Allo stesso tempo, va evitato un errore frequente: inseguire il bando senza una reale strategia. La finanza agevolata funziona quando sostiene un percorso industriale già chiaro. Non può sostituire la solidità del progetto, la capacità finanziaria dell’impresa e la coerenza degli investimenti. Per questo, prima della presentazione della domanda, sarà necessario analizzare con attenzione il bilancio aziendale, la dimensione dell’investimento, la copertura finanziaria, la struttura delle spese e la coerenza tecnica del programma. Conclusione Il nuovo decreto MIMIT apre una finestra importante per le PMI del Sud che intendono investire in innovazione, digitalizzazione ed efficienza produttiva. La dotazione è rilevante, la copertura agevolativa è significativa e il mix tra contributo a fondo perduto e finanziamento agevolato rende la misura particolarmente interessante. Ma l’accesso non sarà automatico. Le imprese dovranno presentarsi con progetti solidi, bilanci coerenti e una strategia di investimento ben costruita. In altre parole, non basterà chiedere un’agevolazione. Servirà dimostrare che quell’investimento rappresenta davvero un passo avanti per la competitività dell’impresa.
- Sviluppo competenze specialistiche delle PMI: la misura che nel 2026 punta sul capitale umano
Nel dibattito sugli incentivi alle imprese, l’attenzione si concentra quasi sempre sugli investimenti materiali: impianti, macchinari, software, infrastrutture. È una lettura comprensibile, ma spesso incompleta. La capacità di un’impresa di affrontare la trasformazione tecnologica e ambientale non dipende infatti soltanto dagli asset che acquista, ma anche dal livello di preparazione delle persone che dovranno utilizzarli, integrarli nei processi e tradurli in vantaggio competitivo. In questo quadro si inserisce una misura particolarmente interessante, destinata a ritagliarsi spazio nelle prossime settimane: Sviluppo competenze specialistiche delle PMI , incentivo promosso dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy per sostenere percorsi di formazione rivolti al personale dipendente delle PMI localizzate in Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Le domande possono essere presentate dal 21 aprile 2026 al 23 giugno 2026 e le agevolazioni sono concesse tramite procedura valutativa a graduatoria . Non solo investimenti, ma capacità interna L’aspetto più interessante della misura sta nel messaggio che porta con sé. Per anni gran parte della finanza agevolata ha premiato soprattutto l’acquisto di beni, impianti e tecnologie. Questa volta, invece, il focus si sposta su un tema spesso trattato come secondario, ma che in realtà è centrale: la qualità del capitale umano. La misura nasce infatti con l’obiettivo di aiutare le PMI ad affrontare le sfide legate all’ innovazione tecnologica e alla transizione verde e digitale , attraverso servizi finalizzati allo sviluppo e all’accrescimento delle competenze del personale dipendente. Non è un dettaglio. Significa riconoscere che la competitività non dipende solo da ciò che un’impresa compra, ma anche da ciò che le sue persone sanno fare. La misura ''Sviluppo competenze specialistiche delle PMI'' guarda al problema vero Molte imprese dichiarano di voler investire in digitalizzazione, efficientamento, innovazione organizzativa o sviluppo di nuovi processi. Il punto, però, è che spesso il vero collo di bottiglia non è l’assenza di strumenti, ma l’assenza di competenze adeguate per usarli bene. È qui che la misura diventa interessante. Finanziare la formazione specialistica significa intervenire su un livello più profondo del problema. Un software si può acquistare. Un impianto si può installare. Una piattaforma si può integrare. Ma se all’interno dell’impresa manca la capacità di utilizzare questi strumenti in modo coerente con gli obiettivi industriali, il rischio è quello di trovarsi con investimenti formalmente realizzati e sostanzialmente sottoutilizzati. In altri termini, questo incentivo prova a colmare uno scarto che molte imprese conoscono bene: quello tra la disponibilità della tecnologia e la reale capacità di assorbirla. A chi si rivolge davvero La misura è destinata alle micro, piccole e medie imprese che, alla data di presentazione della domanda, risultino regolarmente costituite, attive e in possesso di almeno un bilancio approvato e depositato, oppure, nel caso di imprese individuali e società di persone, di almeno una dichiarazione dei redditi presentata. Sono previste inoltre ulteriori condizioni soggettive, tra cui la regolarità rispetto ad agevolazioni precedenti e l’assenza di procedure concorsuali. Ma il dato politico e industriale rilevante è un altro: lo strumento è costruito per rafforzare la capacità delle PMI del Mezzogiorno di affrontare in modo più strutturato le trasformazioni in corso. E questa è una scelta coerente con il fatto che, in molti territori, la vera fragilità non sta tanto nella mancanza di iniziativa imprenditoriale, quanto nella difficoltà di consolidare competenze tecniche e organizzative interne. Cosa finanzia Le iniziative ammissibili riguardano percorsi di formazione finalizzati a sviluppare o consolidare le competenze del personale dipendente su tematiche strategiche per la transizione tecnologica, digitale e verde. I progetti devono prevedere costi ammissibili compresi tra 10.000 e 60.000 euro , essere erogati da soggetti o manager qualificati indipendenti rispetto all’impresa proponente, essere oggetto di un contratto sottoscritto dopo la presentazione della domanda, essere avviati entro sei mesi dalla concessione dell’agevolazione e concludersi entro dodici mesi, salvo eventuale proroga. Tra le tematiche richiamate dalla misura rientrano le traiettorie tecnologiche della Strategia nazionale di specializzazione intelligente, le tecnologie individuate dal regolamento STEP e i processi di transizione verde e digitale. Gli ambiti di intervento ammessi comprendono, tra gli altri, aerospazio e difesa, salute e qualità della vita, industria intelligente e sostenibile, energia e ambiente, tecnologie digitali, tecnologie pulite ed efficienti sotto il profilo delle risorse e biotecnologie. Il contributo e la logica dell’incentivo Le agevolazioni sono concesse nella forma del contributo diretto alla spesa , pari al 50% delle spese ammissibili , nel rispetto del regolamento de minimis. Nei progetti integrati sovraregionali il contributo può aumentare di 20 punti percentuali per le micro e piccole imprese e di 10 punti per le medie. Inoltre, una quota pari al 40% delle risorse è riservata alle imprese operanti nella filiera automotive e nella filiera della moda, del tessile e dell’arredamento. La dotazione complessiva dello strumento è pari a 50 milioni di euro . Questo impianto conferma che non siamo davanti a una misura marginale o simbolica. Al contrario, il legislatore prova a incentivare un salto di qualità preciso: investire non solo nell’asset, ma nella capacità dell’organizzazione di reggerlo, gestirlo e valorizzarlo. Perché questa misura merita attenzione Il motivo per cui Sviluppo competenze specialistiche delle PMI merita attenzione non sta soltanto nella sua apertura. Sta nel fatto che intercetta un punto reale della vita d’impresa. In molti casi, oggi, il problema non è decidere se innovare. Il problema è capire se l’impresa sia davvero pronta a farlo. E qui entra in gioco il capitale umano. Parlare di formazione in termini strategici significa smettere di considerarla un costo accessorio o una voce residuale da attivare alla fine del percorso. In molte trasformazioni aziendali, la formazione è invece parte integrante dell’investimento. Senza questo tassello, anche le migliori scelte tecnologiche rischiano di restare parziali, lente o poco efficaci. Per questo la misura va letta bene. Non come un incentivo minore rispetto a quelli che finanziano beni materiali, ma come un segnale di maturazione della politica industriale: la competitività passa anche dalla qualità delle competenze interne, dalla capacità di adattamento delle persone e dalla solidità dell’organizzazione. Una finestra da usare bene Dal punto di vista operativo, il calendario è già definito. Le domande potranno essere trasmesse dalle ore 12:00 del 21 aprile 2026 fino alle ore 12:00 del 23 giugno 2026 tramite la piattaforma di Invitalia, e il Ministero ha anche pubblicato una circolare del 20 marzo 2026 con ulteriori precisazioni applicative. Questo significa che la finestra non va letta in modo passivo: trattandosi di graduatoria, non conta solo partecipare, ma presentare un’iniziativa coerente, leggibile e ben costruita. Il segnale più interessante Al di là dell’aspetto tecnico, questa misura suggerisce un cambio di prospettiva che vale la pena osservare. Per molto tempo si è parlato di crescita delle imprese quasi esclusivamente in termini di investimenti, credito, asset e capacità produttiva. Tutti elementi fondamentali, certo. Ma non sufficienti. La vera partita, sempre più spesso, si gioca sulla possibilità di trasformare l’innovazione in pratica quotidiana. E questo dipende dalla preparazione delle persone, dalla qualità dei processi interni e dalla capacità dell’impresa di reggere il cambiamento senza subirlo. In questo senso, Sviluppo competenze specialistiche delle PMI è una misura che merita attenzione non solo per ciò che finanzia, ma per ciò che implicitamente riconosce: che oggi, in molte imprese, il vantaggio competitivo passa prima di tutto da lì.
- Come si calcola il nuovo Iperammortamento 2026–2028 per investimenti in beni strumentali 4.0
L’Iperammortamento rappresenta una misura fiscale di particolare interesse per le imprese che investono in beni strumentali tecnologicamente avanzati riconducibili al paradigma 4.0. A differenza dei crediti d’imposta, questa agevolazione non genera un beneficio immediato in forma di compensazione, ma opera attraverso un incremento del costo fiscalmente riconosciuto del bene, con effetti progressivi nel tempo mediante maggiori quote deducibili. Comprendere la struttura degli scaglioni, le percentuali di maggiorazione e le condizioni di accesso è essenziale per pianificare correttamente gli investimenti e stimare l’impatto sul carico fiscale complessivo. Come funziona l’Iperammortamento L’Iperammortamento incide sulla base imponibile ai fini delle imposte sui redditi (IRES/IRPEF) mediante variazioni in diminuzione, aumentando il valore fiscalmente ammortizzabile del bene rispetto al costo sostenuto. La contabilità civilistica rimane invariata: il bene viene iscritto in bilancio al costo effettivo e ammortizzato secondo i coefficienti ordinari; la maggiorazione opera esclusivamente in sede fiscale. Il vantaggio economico deriva dalla possibilità di dedurre, nel corso degli anni, quote di ammortamento (o canoni di leasing) calcolate su un valore più elevato. Ne risulta una riduzione dell’imponibile e, di conseguenza, delle imposte dovute nei singoli esercizi, in funzione della capacità dell’impresa di generare redditi imponibili. Periodo di applicazione e massimale Il nuovo Iperammortamento si applica agli investimenti effettuati nel periodo dal 1° gennaio 2026 al 30 settembre 2028 , fino a un massimo complessivo di 20 milioni di euro per impresa, secondo una logica a scaglioni. La disciplina prevede, inoltre, specifiche condizioni relative all’origine dei beni agevolabili e alle modalità di accesso tramite procedure telematiche. Beni agevolabili e requisiti 4.0 L’agevolazione riguarda beni strumentali nuovi coerenti con i requisiti tecnici previsti per gli investimenti 4.0 e, in particolare, riconducibili agli allegati previsti dalla normativa di riferimento. In termini sostanziali, il perimetro agevolabile richiede che i beni siano idonei a processi produttivi digitalizzati e che risultino interconnessi ai sistemi aziendali. La verifica dei requisiti tecnici, l’interconnessione e la corretta classificazione del bene rappresentano passaggi determinanti per l’accesso e la tenuta documentale dell’agevolazione. Le percentuali di maggiorazione (struttura a scaglioni) La maggiorazione del costo fiscalmente riconosciuto è articolata in tre fasce: Investimenti fino a 2,5 milioni di euro: maggiorazione +180% Investimenti oltre 2,5 milioni e fino a 10 milioni di euro: maggiorazione +100% Investimenti oltre 10 milioni e fino a 20 milioni di euro: maggiorazione +50% La progressività comporta che l’investimento complessivo debba essere ripartito tra gli scaglioni, applicando a ciascuna quota la percentuale prevista per quella fascia. Come si calcola il beneficio fiscale L’Iperammortamento produce una deduzione extra pari alla differenza tra il valore fiscalmente maggiorato e il costo effettivo del bene. In una società soggetta a IRES, una stima del beneficio complessivo “a regime” può essere effettuata applicando l’aliquota IRES alla deduzione extra generata dalla maggiorazione. In termini di intensità teorica del beneficio (da intendersi come ordine di grandezza complessivo, distribuito negli anni), si ottengono le seguenti incidenze: maggiorazione +180% → beneficio teorico pari a 43,2% del costo (1,8 × 24%) maggiorazione +100% → beneficio teorico pari a 24% del costo (1,0 × 24%) maggiorazione +50% → beneficio teorico pari a 12% del costo (0,5 × 24%) Tali valori assumono che l’impresa abbia capienza imponibile sufficiente a utilizzare integralmente le maggiori deduzioni nel tempo. Esempi di calcolo Investimento entro 2,5 milioni di euro Si ipotizzi un investimento di 1.000.000 euro in un bene 4.0. Maggiorazione: 180% Valore fiscalmente riconosciuto: 1.000.000 × (1 + 1,8) = 2.800.000 euro Deduzione extra: 2.800.000 − 1.000.000 = 1.800.000 euro Risparmio IRES stimato (24%): 1.800.000 × 24% = 432.000 euro Il beneficio si distribuisce nel tempo tramite quote di ammortamento fiscalmente maggiorate, secondo la durata di ammortamento del bene o del contratto di leasing. Investimento tra 2,5 e 10 milioni di euro Si ipotizzi un investimento di 6.000.000 euro . Quota 1: 2.500.000 euro con maggiorazione 180% Deduzione extra: 2.500.000 × 1,8 = 4.500.000 euro Risparmio IRES stimato: 4.500.000 × 24% = 1.080.000 euro Quota 2: 3.500.000 euro con maggiorazione 100% Deduzione extra: 3.500.000 × 1,0 = 3.500.000 euro Risparmio IRES stimato: 3.500.000 × 24% = 840.000 euro Risparmio totale stimato: 1.080.000 + 840.000 = 1.920.000 euro Investimento tra 10 e 20 milioni di euro Si ipotizzi un investimento di 12.000.000 euro . Quota 1: 2.500.000 euro con maggiorazione 180% Risparmio IRES stimato: 1.080.000 euro Quota 2: 7.500.000 euro con maggiorazione 100% Deduzione extra: 7.500.000 euro Risparmio IRES stimato: 7.500.000 × 24% = 1.800.000 euro Quota 3: 2.000.000 euro con maggiorazione 50% Deduzione extra: 2.000.000 × 0,5 = 1.000.000 euro Risparmio IRES stimato: 1.000.000 × 24% = 240.000 euro Risparmio totale stimato: 1.080.000 + 1.800.000 + 240.000 = 3.120.000 euro Considerazioni di pianificazione fiscale L’Iperammortamento richiede una valutazione attenta della dinamica temporale del beneficio. Trattandosi di un vantaggio legato a maggiori deduzioni, l’effetto economico si realizza solo in presenza di imponibili futuri capienti. In caso di risultati fiscali negativi o marginali, la misura potrebbe risultare meno efficace rispetto ad altre forme di incentivo. Ulteriore elemento rilevante è il coordinamento documentale: la corretta individuazione del bene, la dimostrazione dei requisiti 4.0 e l’interconnessione devono essere gestite con rigore, sia per l’accesso sia per la sostenibilità dell’agevolazione in caso di controlli. Il nuovo Iperammortamento costituisce uno strumento fiscale potenzialmente incisivo per sostenere investimenti in beni strumentali 4.0, grazie a una maggiorazione del costo fiscalmente riconosciuto che può tradursi in un risparmio rilevante sulle imposte sui redditi. La progressività per scaglioni consente di modulare l’intensità dell’incentivo in funzione dell’entità dell’investimento, concentrando i maggiori benefici sulle prime fasce. Per massimizzare l’efficacia della misura è necessario pianificare l’investimento considerando: inquadramento tecnico del bene, requisiti e interconnessione, tempistiche di effettuazione e capienza fiscale prospettica.
- SIMEST lancia la “Misura Stati Uniti”: 300 milioni per investimenti diretti e crescita delle imprese italiane negli USA
Roma, 22 gennaio 2026 – SIMEST, la società del Gruppo CDP dedicata all’internazionalizzazione delle imprese italiane, annuncia l’avvio della Misura Stati Uniti , un’offerta integrata da 300 milioni di euro finalizzata a sostenere gli investimenti diretti e la crescita del tessuto produttivo nazionale nel mercato statunitense, attraverso risorse proprie e risorse pubbliche del Fondo 394 , gestito da SIMEST in convenzione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. L’iniziativa si colloca all’interno del quadro più ampio del Piano d’Azione per l’Export promosso dalla Farnesina e nasce con l’obiettivo di rafforzare la presenza delle imprese italiane negli Stati Uniti, mercato strategico sia per l’export sia per il posizionamento industriale extra UE. Due leve operative: equity e finanza agevolata La Misura Stati Uniti è costruita su due pilastri complementari, pensati per sostenere in modo concreto sia l’insediamento produttivo sia lo sviluppo commerciale in loco. Oltre 100 milioni per interventi diretti in equity da parte di SIMEST Attraverso questa misura, SIMEST potrà effettuare interventi diretti di partecipazione nel capitale di controllate statunitensi di imprese italiane. L’obiettivo è sostenere: nuovi insediamenti negli Stati Uniti; progetti di consolidamento e sviluppo sul territorio; operazioni in joint venture con partner locali; soluzioni “tailor-made” in funzione delle caratteristiche dell’impresa e della strategia di presidio del mercato USA. A questa dotazione si aggiungono ulteriori risorse a valere sul Fondo 394 destinate a start-up e PMI innovative che intendono svilupparsi negli Stati Uniti attraverso interventi in equity. 200 milioni di euro di finanza agevolata con condizioni rafforzate Accanto agli strumenti di equity, la Misura mette a disposizione 200 milioni di euro di finanza agevolata a valere sul Fondo 394, destinati alle imprese che realizzano investimenti negli Stati Uniti o che presentano interessi economici e commerciali nell’area. Tra gli elementi distintivi dell’intervento agevolativo figurano: una quota di cofinanziamento a fondo perduto fino al 10% dell’intervento; un incremento al 50% della quota erogabile in anticipo , utile per supportare l’avvio operativo del progetto; una maggiore flessibilità nella durata dei finanziamenti, con possibilità di estensione fino a 8 anni , in linea con le esigenze tipiche dei progetti di investimento sul mercato statunitense; un rafforzamento degli strumenti a supporto della capitalizzazione delle controllate USA , per favorire piani di crescita strutturali e sostenibili nel tempo. Sinergie di Sistema: un’azione coordinata per l’internazionalizzazione La Misura valorizza inoltre le sinergie con gli strumenti del Gruppo CDP e si inserisce in una logica di coordinamento del Sistema Italia , guidato dalla Farnesina e composto da Cassa Depositi e Prestiti, SIMEST, SACE e ICE, con l’obiettivo di rafforzare l’ecosistema pubblico a supporto dell’internazionalizzazione. Un’opportunità concreta per scalare nel primo mercato extra UE Con l’avvio della Misura Stati Uniti, SIMEST conferma il proprio ruolo di partner strategico delle imprese italiane, contribuendo a preservare e rafforzare la competitività del Made in Italy in uno dei mercati più importanti e competitivi a livello globale. Per le aziende interessate a crescere negli Stati Uniti, la combinazione tra interventi in equity e finanza agevolata può rappresentare un’accelerazione decisiva: non solo per entrare nel mercato, ma soprattutto per strutturare una presenza stabile , sostenere investimenti diretti e abilitare piani di sviluppo di medio-lungo periodo.
- Decreto legge PNRR 2026: cosa prevede la bozza e quali effetti per energia e investimenti
“Straordinaria necessità e urgenza”. È questa la formula che domina il preambolo della bozza del nuovo Decreto legge PNRR 2026 , attualmente in fase di definizione. Il provvedimento – intitolato “Ulteriori disposizioni urgenti per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza e in materia di politiche di coesione” – rappresenta l’ennesimo intervento correttivo del Governo per accelerare il raggiungimento dei target europei e mettere in sicurezza le risorse residue del Piano. Il testo, articolato in 33 articoli , interviene su governance, semplificazioni procedurali e riallocazione dei fondi, con un’attenzione particolare ai temi energetici. Comunità Energetiche Rinnovabili, agrivoltaico, biometano e progetti di decarbonizzazione dei settori industriali più complessi tornano al centro dell’impianto normativo. Di seguito, una lettura ragionata delle principali novità sulla base dello schema attualmente circolante. Aggiornamento professionale e qualificazione degli installatori dal nuovo Decreto legge PNRR 2026 Uno dei primi ambiti toccati dal decreto riguarda la formazione tecnica degli operatori nel settore delle rinnovabili. L’obiettivo dichiarato è l’uniformazione a livello nazionale dei requisiti professionali, superando l’attuale frammentazione regionale. La bozza introduce: una durata minima obbligatoria di 24 ore per i corsi di aggiornamento dei responsabili tecnici; la definizione di contenuti e modalità formative tramite un accordo tra il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Regioni e Province autonome; un rafforzamento del ruolo di vigilanza del Ministero sulla qualità dei percorsi formativi. La novità più rilevante riguarda però il sistema di certificazione: è previsto un modello standard nazionale di attestato , con trasmissione obbligatoria in via telematica entro 10 giorni dalla conclusione del corso. Questo consentirà alle Camere di Commercio di aggiornare automaticamente i requisiti dell’impresa, riducendo oneri amministrativi e tempi morti. Comunità Energetiche Rinnovabili: nuovi contributi in conto capitale Il capitolo più atteso è quello dedicato alle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) . La chiusura anticipata del contributo PNRR al 40% nel 2025, dovuta al definanziamento di circa 1,4 miliardi di euro, aveva lasciato molte iniziative in una situazione di forte incertezza, soprattutto sul fronte bancabile dei progetti. Il DL PNRR 2026 non ripristina il vecchio schema, ma introduce un nuovo programma di sovvenzioni in conto capitale , con una dotazione complessiva di 795,5 milioni di euro . L’impostazione è più rigida sui tempi, ma mira a garantire la piena allocazione delle risorse residue, evitando dispersioni. La logica, come emerge dalla relazione illustrativa, è quella di spostare il focus: dalla conclusione fisica degli interventi alla sottoscrizione degli accordi di finanziamento , fino a saturazione delle risorse disponibili. Un cambio di paradigma rilevante anche per l’accesso al credito, soprattutto per i soggetti collettivi e i piccoli enti locali. Agrivoltaico e biometano: rifinanziamento mirato L’articolo 29 della bozza estende il meccanismo dei programmi di sovvenzione anche ad altri due pilastri della Missione 2, Componente 2 del PNRR: agrivoltaico , con uno stanziamento pari a 1,099 miliardi di euro ; biometano , con risorse pari a 2,236 miliardi di euro . In entrambi i casi, così come per le CER, il soggetto attuatore sarà il GSE, che subentrerà al Ministero in tutti i rapporti giuridici e contrattuali con i beneficiari. Le Regole Operative dovranno essere emanate entro 45 giorni dall’entrata in vigore del decreto. L’assegnazione delle risorse sarà affidata a un comitato tecnico terzo , con l’obiettivo di garantire criteri di valutazione omogenei e imparziali. Per non compromettere il rispetto delle scadenze europee: tutti gli accordi di finanziamento dovranno essere firmati entro il 30 giugno 2026 ; gli impianti dovranno entrare in esercizio entro 24 mesi dalla firma , pena la decadenza dagli incentivi. Continuità per l’idrogeno nei settori hard-to-abate Il decreto interviene anche sui progetti legati all’ idrogeno nei settori industriali hard-to-abate , formalmente usciti dal perimetro del PNRR. Per evitare l’interruzione di iniziative già avviate, la norma prevede la copertura con fondi nazionali per progetti pilota strategici, che altrimenti sarebbero rimasti privi di finanziamento dopo il definanziamento europeo. La misura punta più alla continuità industriale che all’espansione, ma segnala la volontà di non disperdere competenze e investimenti già attivati. Energia e infrastrutture ferroviarie Infine, l’articolo 24, comma 3, chiarisce l’ambito soggettivo di applicazione dei regimi agevolati per la produzione di energia rinnovabile nel settore ferroviario. I beneficiari vengono identificati nel Gestore dell’infrastruttura e nelle società del gruppo Ferrovie dello Stato Italiane, superando alcune ambiguità interpretative della normativa precedente. Uno schema che punta alla messa in sicurezza del Piano Nel complesso, la bozza del Decreto legge PNRR 2026 non introduce una nuova stagione di incentivi, ma lavora su correzioni di rotta, riallocazione delle risorse e semplificazione attuativa . Il messaggio è chiaro: meglio meno misure, ma più realizzabili e coerenti con i tempi europei. Per imprese, enti locali e investitori, la sfida sarà muoversi rapidamente su strumenti che avranno finestre temporali più strette , ma potenzialmente più certe sul piano della copertura finanziaria.
- ISMEA Investe 2026: guida operativa al bando.
ISMEA Investe è una misura pensata per sostenere investimenti strutturati nel settore agricolo e agroalimentare . Non è un bando “da piccoli interventi”: la dimensione minima e massima dell’investimento lo rende adatto a imprese che stanno valutando un salto di scala su impianti, trasformazione, logistica, innovazione o crescita organizzativa. Questa guida riassume come funziona , chi può accedere , quali sono le due strade disponibili e quali sono gli errori che bloccano la domanda . 1) A cosa serve e quali progetti riguarda ISMEA Investe sostiene progetti di investimento finalizzati a: crescita e consolidamento dell’impresa potenziamento della capacità produttiva o di trasformazione miglioramento tecnologico e organizzativo sviluppo di infrastrutture funzionali alla filiera agroalimentare La misura è pensata per investimenti di importo rilevante, quindi è particolarmente coerente con progetti che richiedono pianificazione, tempi di realizzazione e una struttura economica definita. 2) Quanto si può chiedere Il progetto deve avere una dimensione compresa tra: 2 milioni di euro (minimo) 20 milioni di euro (massimo) Questo vincolo è decisivo: prima di ragionare su qualsiasi impostazione, conviene verificare che l’investimento sia effettivamente in questo intervallo e che le spese previste siano coerenti con la finalità del progetto. 3) Le due modalità: FAG e FCM Il bando prevede due strade alternative. A) FAG — Finanziamento a condizioni agevolate ISMEA investe È un finanziamento con condizioni agevolate rispetto al mercato, dedicato a sostenere il progetto con una struttura di rimborso di medio-lungo periodo. Caratteristiche generali: tasso agevolato durata pluriennale erogazione collegata all’avanzamento del progetto È la strada tipicamente scelta da imprese che cercano uno strumento “classico” di finanza per investimenti. B) FCM — Intervento a condizioni di mercato È un intervento di ISMEA a condizioni di mercato, che può assumere forme diverse (ad esempio ingresso temporaneo nel capitale o strumenti finanziari assimilabili), con una permanenza limitata nel tempo. Caratteristiche generali: importo significativo (sempre nel perimetro 2–20 milioni) presenza di apporti privati (ISMEA non sostituisce i privati) durata dell’intervento definita con meccanismi di uscita Nota pratica: in alcuni casi, l’accesso a determinate forme di intervento può richiedere requisiti specifici legati alla struttura societaria. 4) Chi può partecipare In sintesi, la misura è rivolta a imprese del comparto agricolo e agroalimentare organizzate in forma societaria. In particolare, risultano coerenti con la misura: imprese attive nella produzione agricola e/o nella trasformazione e commercializzazione dei prodotti cooperative e forme aggregate realtà che gestiscono attività funzionali alla filiera (anche logistica e distribuzione), in presenza di specifici requisiti legati alla compagine e alla natura dell’attività Come in tutte le misure pubbliche, è richiesto che l’impresa sia regolarmente costituita, operativa e in possesso dei requisiti generali previsti (regolarità e assenza di cause ostative). 5) Quando e come si presenta la domanda La domanda si presenta esclusivamente online attraverso il portale dedicato. Finestra temporale: apertura: 8 gennaio 2026 chiusura: 15 maggio 2026 Aspetto decisivo: è una procedura a sportello , quindi l’ordine temporale di invio/convalida della domanda ha un peso determinante nel processo di lavorazione. 6) La regola più importante: domanda completa, senza errori ISMEA Investe è una misura in cui gli errori formali e documentali costano caro. I punti da tenere fermi: la domanda va presentata con tutti gli allegati richiesti, nel formato corretto i documenti devono essere coerenti tra loro (investimenti, tempi, costi, coperture e previsioni) una documentazione incompleta o errata può rendere la domanda non ricevibile o non valutabile Inoltre, è fondamentale non generare confusione amministrativa con invii ripetuti o impostazioni non allineate: l’operatività dello sportello premia chi si muove con ordine e precisione. 7) Lo “studio di fattibilità”: il cuore della domanda Il documento centrale della domanda è lo studio di fattibilità , perché è ciò che permette a ISMEA di capire se: l’investimento è chiaro e realizzabile i tempi sono plausibili l’iniziativa ha senso rispetto al mercato di riferimento le previsioni economiche e finanziarie sono coerenti Non serve scrivere un romanzo: serve un documento leggibile, completo e con numeri che tornano. Conclusione ISMEA Investe 2026 è un’opportunità interessante per imprese agricole e agroalimentari che stanno pianificando investimenti importanti. Ma è una misura che premia disciplina operativa : taglia corretta del progetto, scelta della linea (FAG o FCM), documenti ordinati, coerenza tra piano e numeri, rispetto dei tempi dello sportello. Se il progetto è reale e ben impostato, lo strumento può diventare una leva concreta per accelerare investimenti che altrimenti richiederebbero tempi più lunghi o condizioni meno favorevoli.
- Bando ISI INAIL 2025: atteso entro fine anno un nuovo pacchetto da ~600 milioni per la sicurezza sul lavoro
Entro la fine del 2025 è attesa la pubblicazione del Bando ISI 2025 , una misura che metterà a disposizione circa 600 milioni di euro per sostenere gli investimenti delle imprese in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro . L’impostazione, secondo le anticipazioni circolate, punta su innovazione tecnologica , prevenzione e gestione dei rischi emergenti , inclusi quelli legati ai cambiamenti climatici. È bene chiarirlo: fino all’uscita dell’Avviso ufficiale, numeri e dettagli vanno letti come un orientamento. Tuttavia, la direzione è netta e apre opportunità concrete per le aziende che intendono pianificare interventi migliorativi. Quali investimenti potrebbero essere finanziati dal Bando ISI INAIL 2025 Il Bando ISI è pensato per supportare una vasta gamma di interventi finalizzati ad aumentare i livelli di prevenzione e protezione. Tra le principali linee di investimento attese: DPI intelligenti : dispositivi di protezione individuale dotati di sensori, sistemi di rilevazione e funzioni digitali in grado di interagire con l’ambiente e segnalare situazioni di rischio. Misure contro lo stress termico e i rischi climatici: in particolare per i settori più esposti (agricoltura ed edilizia), con interventi che possono includere macchinari con cabina climatizzata e soluzioni per proteggere i lavoratori da ondate di calore, eventi atmosferici improvvisi e condizioni estreme. Interventi sugli immobili aziendali per il miglioramento delle prestazioni ambientali e funzionali, con possibili azioni anche sull’involucro edilizio. Riduzione dell’utilizzo di fonti fossili e dei consumi energetici, anche tramite soluzioni di autoproduzione. Bonifica amianto , che continua a rappresentare uno degli assi storici e più rilevanti della misura. Contributo: percentuali e massimali attesi Il meccanismo di incentivo previsto dal Bando ISI INAIL 2025 è generalmente strutturato come contributo a fondo perduto , con condizioni che, secondo le anticipazioni, dovrebbero mantenere un impianto simile alle edizioni precedenti: Contributo massimo per progetto fino a 130.000 euro Copertura delle spese fino al 65% Aliquota maggiorata fino all’80% per alcune categorie e tipologie di intervento, in particolare: progetti legati all’adozione di modelli organizzativi e di responsabilità sociale giovani agricoltori e iniziative nel settore agricolo con specifiche premialità Premialità e priorità: certificazioni e filiere “virtuose” Un aspetto centrale del Bando ISI è la logica premiale: l’impianto tende a favorire le imprese che dimostrano un approccio strutturato alla gestione dei rischi e delle performance. Tra i fattori che potrebbero incidere positivamente: certificazioni ambientali come UNI EN ISO 14001 ed EMAS certificazioni legate alla sicurezza stradale come UNI ISO 39001 priorità per imprese agricole iscritte alla Rete del Lavoro Agricolo di Qualità , con un orientamento – anticipato – verso una quota di risorse dedicata specificamente a queste imprese a partire dal 2026 Inoltre, viene richiamata una maggiore attenzione al coinvolgimento delle parti sociali , con valorizzazione delle proposte progettuali condivise anche con rappresentanze e figure dedicate alla sicurezza.
- Data Center in Italia: cosa sta davvero accadendo nel mercato più sottovalutato dell’innovazione europea
L’Italia sta vivendo uno dei momenti più intensi degli ultimi anni sul fronte dei data center. Senza proclami, senza narrazioni muscolari, il Paese sta diventando uno dei poli più interessanti d’Europa per infrastrutture digitali, con effetti che toccano energia, industria, finanza e policy pubbliche.Per gli osservatori attenti, il fenomeno non è un dettaglio tecnico: è un pezzo di politica industriale. 1. Il cambio di paradigma: perché l’Italia è improvvisamente attrattiva per i Data Center Per oltre un decennio siamo rimasti ai margini della competizione europea. Oggi, invece, i big tech globali – da hyperscaler statunitensi a operatori specializzati europei – stanno pianificando investimenti rilevanti nell’area metropolitana di Milano e in alcuni nodi strategici del Centro-Sud. Le ragioni sono tre: Geografia digitale : l’Italia è diventata il punto di approdo di nuovi cavi sottomarini che collegano Africa, Medio Oriente e Asia all’Europa. Chi controlla l’atterraggio controlla la “porta d’ingresso” della nuova connettività globale. Energia e transizione : la crescita delle rinnovabili e la possibilità di PPA (Power Purchase Agreements) competitivi rendono più semplice pianificare data center a forte intensità energetica. Domanda interna : cloud, AI e industria 4.0 hanno fatto esplodere il fabbisogno di capacità elaborativa. Le imprese italiane, anche PMI avanzate, non accettano più latenza elevata o infrastrutture ospitate all’estero. 2. Il nodo energetico: la vera partita Il punto centrale non è la tecnologia, ma l’energia.I data center consumano molto, ma – a differenza di altri settori – richiedono soprattutto continuità, stabilità e costi prevedibili . Questo spiega perché i progetti più maturi prevedono combinazioni di: connessioni dirette con impianti fotovoltaici o eolici; contratti pluriennali di energia a prezzo fisso; investimenti in sistemi di accumulo; soluzioni di raffreddamento a ridotto impatto idrico. In assenza di un quadro regolatorio stabile e di iter autorizzativi più rapidi, però, gli investimenti rischiano di subire rallentamenti. È il classico cortocircuito italiano: capacità industriale elevata, ma procedure spesso incoerenti con la velocità di mercato. 3. L’effetto sul territorio: non solo capannoni e server L’idea che i data center “non portino lavoro” è un mito da archiviare. L’impatto reale è differenziato: fase di costruzione : filiere di ingegneria, impiantistica, edilizia specializzata; fase operativa : tecnici, manutentori, sicurezza, refrigerazione, rete, energy management; indotto : imprese ICT, startup AI, studi di ingegneria e legali, servizi locali. A Milano, ad esempio, la crescita degli hyperscaler sta già generando una domanda professionalizzata difficilmente soddisfabile in tempi brevi. Nel Centro-Sud, invece, gli investimenti potrebbero avere un ruolo di riequilibrio territoriale, se accompagnati da infrastrutture energetiche e incentivi coerenti. 4. L’incertezza normativa: il tallone d’Achille italiano È qui che si apre il punto più delicato. Il settore richiede visione a lungo termine.Negli ultimi anni, invece, il quadro italiano ha oscillato tra aperture, stop & go, interventi emergenziali e assenza di una strategia unitaria su: classificazione dei data center energivori; pianificazione energetica locale; semplificazione autorizzativa; integrazione con le politiche di rete; criteri ambientali e utilizzo dell’acqua. Gli operatori chiedono soprattutto prevedibilità , non incentivi.Una strategia nazionale chiara, stabile e pluriennale, contribuirebbe a trasformare gli investimenti già programmati in una vera filiera industriale. 5. Un settore che non è “tech”: è infrastruttura strategica Il dibattito pubblico tende a leggere i data center come oggetti tecnici. In realtà, sono: un pezzo della sicurezza nazionale (cloud pubblico, PA, sanità, infrastrutture critiche); una componente della competitività industriale (AI, analytics, manifattura avanzata); un driver della posizione geopolitica del Paese nel Mediterraneo digitale. Chi si occupa di politica economica non può più permettersi di considerarli un tema da addetti ai lavori. Conclusione: capire oggi la direzione di domani L’Italia può diventare un hub europeo per infrastrutture digitali. Lo è già, in parte.Ma la differenza tra un’opportunità e una politica industriale sta tutta nella capacità di: dare certezze regolatorie; integrare energia e digitale come un unico ecosistema; attrarre capitali privati con iter prevedibili; rafforzare la filiera nazionale che opera intorno ai data center. Il tema non è la tecnologia.È la serietà delle scelte pubbliche e la velocità con cui il Paese decide di competere.











